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In quali recipienti si servono i vini?

I rossi in bicchieri a calice un pò panciuti, di vetro o cristallo incolore, trasparentissimo e terso anche nel gambo e nel piedistallo: uno dei pregi, infatti, del vino è costituito dal suo colore naturale, ed una delle gioie, prima di degustarlo, è proprio quella di ammirarne la brillantezza, la trasparenza e la limpidezza. dunque bicchieri a calice, con l’orlo piuttosto espanso.

Gli spumanti, anziché nella classica coppa ormai in disuso, si servono in bicchieri alti di nitido cristallo incolore, a forma di tulipano (il Flute francese) più facili a maneggiarsi, più adatti per conservare il caratteristico frizzante. Per i vini liquorosi, bicchieri panciuti tipo Napoleone.

Di regola le temperature migliori che debbono avere i vini, sono 14-16 gradi centigradi i rossi giovani, 18-20 gradi i vecchi, 8-12 gradi i bianchi giovani, 12-14 quelli invecchiati e profumati, 6-8 gli spumanti, 10-12 i rosati.

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Vino e frasi celebri…curiosità

Se i vini eccellenti esaltano le gioie della tavola, quelli cattivi le avvelenano.  La Bibbia stessa consiglia l’uso moderato del vino. Eccone alcuni versetti: “il vino bevuto con sobrietà è una seconda vita” ed ancora: “il vino è stato creato per il benessere dell’uomo e non per l’ubriachezza”.Perciò “non rimproverare il tuo prossimo quando beve del vino e non disprezzarlo se si rallegra”.

San Paolo raccomanda l’uso del vino ammonendo che “il bere vino in modica misura fa bene allo stomaco”.

Parlano bene del vino San Matteo, San Marco, San Giovanni. Molti sono i Santi protettori della vite e del vino: da San Vincenzo a San Giovanni, da Sant’Ubaldo a San Martino, da San Teodato a San Barnaba.

Poeti, filosofi, oratori e letterati in genere, in molti celebrano il vino come ambrosia che eccita la fantasia, ravviva l’intelligenza, sveglia la riflessione, accende l’immaginazione.

Alceo di Mitilene, elegante poeta lirico greco, canta il vino come conforto agli affanni ed antidoto alla malinconia. Anacreonte, Pindaro, Bacchilide, Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane, Socrate, Demostene, Epicuro, Pluterco, un fiume di vino irrora l’intelligenza di questi grandi uomini dell’antica Grecia.

Catullo, poeta dell’amore, afferma che “il vino, per essere dono completo, deve essere asciutto e senza acqua”. Cicerone preferisce il falerno vecchio di 40 anni. Virgilio invoca Bacco all’inizio del libro secondo delle Georgiche.

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Come, quando, quanto e perché si beve il vino

Il buon vino, se bevuto in dosi moderate, soddisfa non soltanto gli organi più sensibili del nostro organismo, cioè vista, olfatto e gusto, per il colore, per la trasparenza, i delicati o aggressivi profumi, le caratteristiche organolettiche che lo distinguono; ma apre spesso al palato orizzonti di soavità e dona grande conforto allo stomaco facilitando quasi sempre la digestione.

Dona poi buon umore, spinge all’ottimismo, alla socievolezza ed alla sincerità.

Il vino deriva dalla fermentazione dei grappoli maturi – che sotto il bacio ardente del sole sembrano stillare lacrime di gioia – fermentazione che ce lo dona con un’infanzia tumultuosa, un’adolescenza vivace, una maturità vigorosa, una vecchiaia spesso maestosa, in quanto nell’invecchiamento i vini classici (soprattutto rossi) esaltano le loro caratteristiche più pregevoli di gusto, profumo e squisitezza.

Generalmente il vino si consuma a tavola, come complemento e completamento dei cibi, e lo si beve a sorsi, lentamente, gradualmente, non a garganella. Il vino e senz’altro il miglior condimento dei cibi, l’esaltatore delle loro caratteristiche di finezza e bontà, sempre che si sappia armonizzare al gusto delle vivande; anzi il vino è la parte spirituale del pasto in quanto lo nobilita e o rende più confortevole e gradito.

Da ciò detto: un pasto senza vino è come una giornata senza sole.

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I vigneti umbri: un viaggio nel tempo

Gli Etruschi abitavano questa terra sin dall’antichità, occupando la sponda destra del Tevere; su quella sinistra, invece, viveva il popolo degli umbri. Nel 395 a.C. i Romani si imposero su Umbri, Etruschi, Galli e Sanniti, prendendo possesso della regione.

Dopo la sconfitta del console Flaminio sul Lago Trasimeno ad opera dei Cartaginesi di Annibale, Perugia offrì rifugio alle truppe romane in ritirata e Spoleto si oppose ai nemici. Alla caduta dell’Impero Romano queste terre subirono gli assedi e le devastazioni barbariche, soprattutto le città situate sulla strada di Roma, per la loro importanza strategica. I Longobardi crearono il potente ducato di Spoleto.

L’età comunale fu un momento di grande splendore per l’Umbria, nonostante le rivalità e le continue lotte tra i vari comuni. In quest’epoca troviamo figure di condottieri leggendari come il Gattamelata, Braccio da Montone, Niccolo Piccinino.

Dal 1540 fino alla fine del ‘700 la regione fu sotto il dominio dello Stato della Chiesa. Durante la dominazione napoleonica divenne il dipartimento del Trasimeno sino al 1860, quando l’Umbria fu annessa al Regno d’Italia.

Per quanto riguarda la viticoltura, i primi cenni storici derivano da Plinio il Vecchio, nella sua opera enciclopedica, «Naturalis Historia». Reperti archeologici come anfore vinarie, vasche o patene fanno risalire indietro nel tempo all’epoca etrusca.

Del resto la configurazione orografica, la natura dei terreni e le condizioni climatiche offrono alla vite un habitat ottimale. Ogni valle è ben protetta da gruppi montagnosi sparsi nel territorio e la piovosità è ben distribuita nel corso dell’anno. Normalmente le precipitazioni sono abbondanti durante i mesi freddi e le estati sono assolate senza, però, che i vigneti subiscano effetti devastanti dalle temperature eccessive e dalla siccità.

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Il vino nel Medioevo ed il ruolo di San Benedetto da Norcia

Per il Cristianesimo il vino divenne simbolo di vita ed il rito della Messa salvò, durante il periodo del Medioevo, la cultura della vite che si era andata totalmente estinguendo, con la caduta dell’Impero Romano e la discesa dei barbari.

Benedettini e Cistercensi rimpiantarono i vigneti e tra di loro si possono annoverare i primi enologi. Il monachesimo portò la coltivazione della vite ai massimi livelli produttivi e, non solo in Italia, i frati si occuparono di questa importante coltivazione, ma essa si estese soprattutto in Francia ed in Germania.

San Benedetto da Norcia dettò una regola particolare, completamente al di fuori della stretta osservanza monastica e, cioè, ordinò che il vino venisse ammesso in tavola ad ogni pasto, e non solo durante la celebrazione della Messa, molto moderatamente, come una delle basi dell’alimentazione umana.

La coltivazione della vite diventa una fonte di reddito, sia pure modesto, che può sopperire alla povertà del monastero. Essa è posta sotto il diretto controllo del «praepositus pri-mus», cioè il religioso di grado più alto dopo l’Abate.

Più tardi il vino acquista una funzione determinante nell’accostamento con il cibo, poiché i grandi testi di gastronomia, che vengono editi dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili, arrivata in Italia nel 1471, offrono consigli per unire in armonioso connubio ciò che si mangia con ciò che si beve.

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Il vino e la vite nell’antichità: tra Grecia e Roma

La vite ed il vino sono stati solennemente celebrati nelle opere letterarie greche, poiché si considerava il vino un dono speciale delle divinità.

Si narra che Dioniso, figlio di Zeus, un giorno d’estate, si fosse ritirato in una grotta per riposarsi. Alzando gli occhi, vide una vite colma di grappoli e di chicchi rigonfi. Li prese e li pigiò dentro una ciotola. Bevve il liquido ottenuto gustandone il sapore gratificante.

Capì che la terra gli aveva donato una bevanda straordinaria che chiamò «vino». Ninfe e satiri bevvero con lui quel nettare nuovissimo. Dioniso salì su un carro con Sileno, il vecchio satiro che lo aveva allevato, e si mise in cammino per far conoscere il vino alle contrade della Grecia e da lì si inoltrò in Egitto e in India.

Gli antichi Greci non solo conobbero il vino come bevanda dissetante, ma lo elevarono anche ad un alto grado di sacralità, facendone uso specialmente nelle funzioni religiose, nelle feste e nei momenti importanti della vita.

Nell’antica Roma, Dioniso fu accolto nel Pantheon, il suo nome fu mutato in Bacco e venne sempre invocato nei momenti più salienti della maturazione dell’uva. Gli antichi romani erano considerati i maggiori esperti nel campo dell’agricoltura. I legionari romani importarono la vite nella Gallia, nella Penisola Iberica e nella Britannia Meridionale.

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LA PIACEVOLE STORIA DEL VINO: A PARTIRE DA NOE’

La storia del vino si perde nella notte dei tempi.

La Bibbia fa risalire a Noè la coltura della vite. Dopo quaranta giorni e quaranta notti di pioggia continua, Noé poté aprire le porte dell’Arca, liberò le povere bestie, che aveva raccolto prima del diluvio per ordine supremo, e se ne andò con la moglie ed i tre figli Sem, Cam e Jafet, a coltivare la terra e a procreare, obbedendo ai divini comandamenti.

Dice la Bibbia che piantò alberi da frutto, fece germogliare le sementi e costruì una vigna. Un giorno, quando il frutto della vite fu maturo ed i grappoli profumavano al sole, egli li colse e li pigiò con le mani in un vaso, ottenendone un succo invitante. Quel liquido di amabile sapore gli comunicava una giovanile euforia.

Si ritirò, allora, all’ombra di un grosso albero fronzuto per godersi in pace la bella bevuta. Passò il figlio Cam, di ritorno dai campi, e, vedendo il padre dormire scomposto e scoperto, lo derise davanti ai fratelli. Noè maledì il figlio che gli aveva mancato di rispetto ed invocò, invece, la benedizione di Dio sugli altri due figli che lo avevano coperto.

Noè continuò a coltivare la vite e a bere l’ottimo succo dei suoi frutti. La mitologia egiziana, quella indiana e quella ellenica attribuiscono la scoperta della vite e del vino al Dio dell’Agricoltura: Osiride in Egitto, Some in India, Dioniso in Grecia. La scoperta era proprio un dono divino e come tale potenziale apportatore di benessere. Il succo dell’uva tenuto nei primi rudimentali recipienti fermentò spontaneamente.

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La Strada dei Vini del Cantico

Un originale connubio tra atmosfere, colori, magie e tradizioni dei luoghi più rappresentativi dell’Umbria e l’armonia dei loro vini e delle loro specialità gastronomiche.

Per scoprire una zona dell’Umbria attraverso la sua viabilità storica attraverso due percorsi (da Perugia e Spello e da Perugia e Todi) dove si trovano le testimonianze di una cultura secolare: borghi antichi, città, castelli, chiese e abbazie, per fare un viaggio nel passato attraverso rievocazioni, feste e tradizioni che ogni anno danno vita a momenti di grande vivacità e interesse; per vivere i ritmi naturali della terra, scoprire i luoghi dove nascono nobili vini, grazie alla fatica e all’ingegno dell’uomo; per gustare sapori con una grande varietà di piatti e di abbinamenti di gusto.

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Mousse all’Orvieto Classico

 4 tuorli d’uovo

200 g di zucchero

¼ di litro di vino bianco Orvieto Classico

scorza grattugiata di un limone

succo di un limone e succo di un’arancia

8 fogli di gelatina

¼ di litro di panna

8 chicchi d’uva

 

Amalgamate i tuorli d’uovo con lo zucchero, la scorza di limone ed i succhi dell’arancia e del limone. Scaldate a bagnomaria, sempre mescolando con un frullatore. Togliete dall’acqua il recipiente e, mescolando, incorporate la gelatina, sciolta in poca acqua fredda.

Lasciate raffreddare la crema.

Montate la panna ed incorporatela alla crema non appena inizia a rapprendersi.

Preparate le coppette, sciacquandone l’interno con acqua fredda e spolverandole di zucchero. Versate la crema nelle coppette, mettetele in frigorifero e lasciate raffreddare. Decorate ogni coppetta con chicchi d’uva ed un ciuffo di panna montata.