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Cos’è il Giacchio?

 

“Il Giacchio è una rete circolare, a campana, piombata lungo il suo perimetro e legata ad una corda al centro del cerchio.
Quando viene lanciata in acqua, ricade aperta, ad ombrello: sul fondo, diventa un sacco che imprigiona il pesce, che così può essere recuperato in modo agevole.
È la tipologia di pesca più antica. Il Trasimeno è l’unico lago al mondo dove viene ancora praticata. Il pescatore, quando lancia la rete piombata, ne tiene appoggiata una metà sulla spalla e l’altra metà sul braccio opposto a quello del lancio. La pratica è faticosa e quindi ormai quasi abbandonata.
Per secoli, lungo le rive del Trasimeno, la tessitura della rete, fatta in fibra di canapa e poi, in anni più recenti, in cotone, è stata un lavoro di competenza delle donne. Gli uomini pensavano ai rammendi.”

TRATTO DALLA PUBBLICAZIONE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI PERUGIA, “UMBRIA DELLE MIE TRAME. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico”, testi a cura di Federico Fioravanti

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La pesca dei tori

“Perché Tuoro si chiama così?
Con ogni probabilità per una tecnica di pesca medievale, le cui prime documentazioni risalgono al 1074. Un modo per catturare il pesce che rimase in uso fino al 1602, quando si verificò una memorabile piena del lago Trasimeno.
La tecnica sfruttava la tendenza dei pesci a cercare, durante la stagione invernale, riparo e tepore all’interno di accumuli vegetali. Le anguille, le tinche e i lucci venivano convogliati in grandi ammassi di fascine di quercia, chiamati “tori” o “tuori”, che erano stati preparati e sommersi durante l’estate.
In inverno, colmi di pesce, si riportavano in superficie grazie a delle gigantesche reti di canapa.”

TRATTO DALLA PUBBLICAZIONE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI PERUGIA, “UMBRIA DELLE MIE TRAME. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico”, testi a cura di Federico Fioravanti

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Raffaello rapito dai 22 raggi

“La meravigliosa facciata del Duomo di Orvieto è il ricamo di pietra al quale si ispirano le artiste del merletto orvietano.

Il rosone è l’occhio che dà vita alla cattedrale. E non ha eguali in nessuna chiesa d’Europa: al contrario di tutti gli altri templi ha infatti 22 raggi.

Le membrature e i motivi ornamentali ogivi sono disposti in doppio giro, intorno alla testa del Redentore. È opera del fiorentino Andrea di Cione, detto l’Orcagna, che lo realizzò tra il 1354 e il 1380. Ma forse la rosa iscritta in due cornici quadrate fu pensata da Andrea Pisano.

Di sicuro, tanta bellezza colpì Raffaello, che riprodusse i 22 raggi del rosone orvietano nel celebre affresco L’incendio di Borgo dipinto nel 1514 in una delle Stanze Vaticane.”

TRATTO DALLA PUBBLICAZIONE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI PERUGIA, “UMBRIA DELLE MIE TRAME. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico”, testi a cura di Federico Fioravanti

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La Beata Vanna patrona delle ricamatrici

“Nella terza settimana di luglio il piccolo borgo di Carnaiola, nell’alto Orvietano, festeggia la sua patrona, la Beata Vanna.

La ricorrenza cade il giorno 23, il giorno dell’anniversario della sua morte, che avvenne nel 1306. Era nata nel 1264 da una famiglia di nobili decaduti e impoveriti dalle guerre. Rimase presto orfana di padre e di madre.

I parenti che la accolsero con loro pensarono bene di insegnarle un mestiere che le desse da vivere. Così Vanna iniziò a frequentare la casa di una sarta e diventò una eccellente ricamatrice. Visse gran parte della sua vita di terziaria domenicana a Orvieto: si dedicò all’educazione delle ragazze indigenti che così potevano farsi una dote.

Conosciuta come Vanna di Orvieto divenne presto Beata. E da allora è la patrona delle sarte, delle ricamatrici e delle lavoranti dell’ago.”

TRATTO DALLA PUBBLICAZIONE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI PERUGIA, “UMBRIA DELLE MIE TRAME. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico”, testi a cura di Federico Fioravanti

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La storia dell’alto artigianato artistico umbro di tessuti, ricami e merletti – I LUOGHI

 

 

“Il ricco mercante Bernardone, volle chiamare suo figlio Francesco in onore della Francia, il paese dalla lingua musicale dal quale importava stoffe preziose e dove volle anche trovare moglie.

Nei primi anni del XIII secolo, nella sua bottega di Assisi, affollata di lavoranti, quei tessuti venivano cuciti con maestria, prima di fare il percorso inverso per essere venduti, dopo estenuanti viaggi a cavallo, nelle fiere e nei mercati della Champagne.

La grande e vicina Perugia aveva già trentamila abitanti e una fiorente attività tessile. Come Foligno e la popolosa Orvieto del Duecento.

Le Crociate aprivano nuovi, avventurosi percorsi. Sulla via della fede fiorivano anche gli scambi. E la lana, il lino, la canapa e la seta avvicinavano mondi diversi.

La lana proveniva dagli allevamenti di ovini nell’appennino umbro marchigiano e dalla Valnerina. Oppure veniva importata, già filata dall’Inghilterra.

Dal Trecento in poi, con la crescita della domanda, si aprirono nuovi mercati in Francia, Spagna e Portogallo.

La canapa era coltivata soprattutto nell’area spoletina, in quella folignate, intorno a Perugia e nell’Altotevere.

Fin dal Quattrocento le tele di Bevagna erano conosciute in tutta Europa: erano fini e bianche come il lino ma anche robuste. Servivano per il cordame e per gli usi più svariati.”

 

TRATTO DALLA PUBBLICAZIONE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI PERUGIA, “UMBRIA DELLE MIE TRAME. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico”, testi a cura di Federico Fioravanti

settesoli

Il dono di Jacopa

“Ad Assisi, nel Museo del Tesoro di San Francesco, vengono conservati due rari e preziosi dossali ricamati in oro filato e sete policrome.

Sono di origine bizantina e vennero regalati ai francescani dall’imperatore dei Greci nella prima metà del Trecento.

Ma la leggenda vuole che uno dei due capolavori, conosciuto come il “Mantello di Jacopa de’ Settesoli”, fosse il dono che la nobildonna romana amica e seguace di Francesco, fece al Poverello prima che il santo morisse.

Il motivo del meraviglioso ricamo è diventato l’icona del Punto Assisi. Tanto che il disegno della coppia di aquile schiena contro schiena e con le teste che si guardano, è diventato il simbolo dell’Associazione Punto Assisi.”

TRATTO DALLA PUBBLICAZIONE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI PERUGIA, “UMBRIA DELLE MIE TRAME. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico”, testi a cura di Federico Fioravanti

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La pianta da blu

“Il guado, la pianta rustica dalla quale si ricavava il colorante blu che veniva usato per confezionare le Tovaglie Perugine, ha origini antichissime.

I Britanni lo usavano come tatuaggio per terrorizzare i nemici in battaglia. Venne coltivato per secoli in Valtiberina. Le foglie da cui era estratto il colore, venivano prima macerate e quindi ridotte in poltiglia.

Dopo un periodo di riposo si confezionavano in pani che venivano essiccati prima di essere venduti.  Piero della Francesca usò la “pianta da blu” per la sua Madonna del Parto. E molti anni dopo anche la fortuna del blue jeans è stata colorata con il guado.”

TRATTO DALLA PUBBLICAZIONE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI PERUGIA, “UMBRIA DELLE MIE TRAME. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico”, testi a cura di Federico Fioravanti

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I misteri del coro di San Pietro

“Gli ornati misteriosi del grande coro ligneo dell’abbazia di San Pietro a Perugia hanno spesso ispirato i motivi dei ricami a Punto Assisi.

I pannelli disposti dietro l’altare della ricchissima basilica del capoluogo nascondono molteplici raffigurazioni simboliche che si snodano tra le minuziose sculture centellinate intorno ai sedili dove i monaci ascoltavano messa.

Gli arabeschi floreali si mescolano con mascheroni che appaiono sorridenti o digrignanti.

Leoni feroci e delfini con la coda biforcuta quasi confondono lo sguardo insieme a pellicani, fenicotteri, sfingi, strani uccelli e altre favolose figure di animali.”

 

TRATTO DALLA PUBBLICAZIONE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI PERUGIA, “UMBRIA DELLE MIE TRAME. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico”, testi a cura di Federico Fioravanti

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UMBRIA DELLE MIE TRAME

L’arte della tessitura, del ricamo e del merletto da centinaia di anni è parte imprescindibile della storia dell’Umbria e la raccontano quanto il paesaggio, l’arte, la natura e l’enogastronomia .

I saperi incrociati e le abilità manuali, sedimentati nei secoli, si sposano ogni giorno con l’intuizione e con la grazia naturale che nasce dall’“intelligenza delle mani”.

Un giacimento di bellezza che nasce dal territorio, dalla cultura e dall’anima di un popolo.

Questa pubblicazione nasce con lo scopo preciso di rendere a disposizione di un pubblico più vasto dei soli “addetti ai lavori” una straordinaria ricchezza, disseminata in tante aree della regione e tramandata di generazione in generazione nelle scuole, negli atelier, nei laboratori e nelle botteghe artigiane.

Umbria delle mie trame

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Ricami, pizzi e merletti…che passione!

 

Ricami, pizzi e merletti sono da tempi immemorabili passione di tutte le donne che amano arredare con gusto la propria casa, senza considerare l’alto valore che, nella moda del passato, apportavano nel guardaroba femminile. In Umbria, si spazia da pizzi e merletti di finissima fattura, a nobili ricami dai colori raffinati e a tessiture dal gusto rustico ma moderno, come quelle di Montefalco.
A partire dal Medioevo, nel cuore verde d’Italia, si tramanda una viva tradizione di ricamo, con anedotti risalenti anche ad illustri personaggi, quali, ad esempio, Santa Chiara per il punto Assisi o Caterina de’ Medici, la quale portò alla sua corte e poi in Francia il punto Madama, appreso dalle ricamatrici umbre.
Pochi lo sanno, ma la cittadina di Deruta, nota al mondo per le sue favolose ceramiche,a sua volta, ha dato vita a due tipologie di ricamo , il primo, denominato “Deruta Antico” risalente al XIII secolo, mentre il secondo “ Deruta Moderno”, risalente al XX secolo, riproduce su tela gli splendidi decori degli abili ceramisti.
Si pensa che il filet a modano sia originario di San Feliciano, località rivierasca del Comune di Magione, prodotto grazie all’abilità sviluppata dalle rammendatrici delle reti da pesca, principale risorsa economica locale dei tempi passati. Famoso, sempre nell’area del Trasimeno, il pizzo Irlanda, che prevede una pregiata lavorazione ad uncinetto, e l’Ars Panicalensis di ricamo su tulle.
Degne di nota sono anche le tessiture manuale che si realizzano tuttora a Perugia – famosa in epoca medievale per le tovaglie denominate “perugine”, utilizzate come tovaglie d’altare nelle chiese, rappresentanti figure geometriche e zoomorfe in turchese, rosso e marrone – e nell’Alta Valle (non solo tovaglie, ma anche arazzi e tappeti), nonché i tovagliati ed i  merletti dell’area dell’orvietano.
Per tutte le appassionate, ma anche per gli appassionati di queste arti mirabili, si consiglia una visita al Museo del Tulle di Panicale, al Museo del Merletto dell’Isola Maggiore  a Tuoro sul Trasimeno ed alla Collezione Tessile di Tela Umbra di Città di Castello.