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LE FIGURE NEI TESSUTI PERUGINI

 

“Negli inconfondibili “tessuti perugini” veniva rappresentato un vastissimo repertorio di figure. Disegni geometrici,architettonici, vegetali e zoomorfi. Segni e simboli sia religiosi che profani, discendenza araldica e spesso ispirati alla cavalleresca “età cortese”. Così cervi, grifi rampanti o in procinto di camminare, pavoni, falchi, lepri, lupi, leonesse, draghi e sirene venivano tessuti insieme a teorie di castelli e fontane, tralci di vite fruttati o altre piante e immagini nelle quali, di continuo, veniva evocata Perugia con la sua straordinaria Fontana Maggiore da poco costruita ma subito assurta a simbolo dell’identità cittadina, oppure Porta Sant’Angelo e anche l’insegna di Porta Eburnea, con l’elefante capace di sostenere una torre. Alcune tovaglie, ora conservate nella Galleria Nazionale dell’Umbria e appartenute alla collezione privata di Mariano Rocchi, presentano motivi decorativi molto particolari: quasi delle figure raddoppiate, come se le immagini fossero riflesse sull’acqua. Oppure con le lettere invertite, dove, ad esempio, la parola Amore si legge “Eroma”. Nei manufatti destinati agli altari ricorre, in infinite varianti, il disegno, intervallato da rosette ad otto petali, degli uccellini, già presente nei bassorilievi delle tombe etrusche. La lepre dell’innocenza, che arriva dalla tradizione mediorientale, è inseguita da un lupo lussurioso. E il cervo che nell’iconografia cristiana rappresenta la virtù, si abbevera alla fonte della saggezza o si accosta dolcemente all’albero della vita, come pure fanno, in alcuni casi,delle leonesse accosciate. In alcune tovaglie, ritrovate in Valnerina, appare anche la figura del caprone, con le corna avvolte a spirale. È sorprendente l’analogia degli antichi tessuti umbri con i “taleth”, gli scialli rituali ebraici bianchi a strisce blu. Di certo, le tovaglie percorsero anche le lunghissime strade delle Crociate.Lo testimoniano le rustiche bisacce confezionate dai tanti cavalieri che dall’Europa si mettevano in cammino alla volta del Santo Sepolcro.”

 

Tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “Umbria delle mie Trame” testi a cura di Federico Fioravanti 

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L’ONORE DELLA TOVAGLIA

Possedere una tovaglia nel Medioevo era un segno di prestigio.

Esserne privati, di conseguenza, equivaleva a un’umiliazione.

Bertrand du Guesclin, un condottiero francese del XIV secolo, istituì un rituale infamante per radiare i cavalieri che macchiavano il proprio onore. Si dovevano sedere davanti ad una tavola apparecchiata.

Poi la tovaglia veniva tagliata alla loro destra e alla loro sinistra, prima che anche la parte davanti a loro venisse rimossa.

E durante le Crociate alcuni cavalieri giuravano solennemente di non mangiare più con la tovaglia fino a che non avessero assolto all’impegno di combattere per la liberazione della Terra Santa.

 

Tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “L’Umbria delle mie Trame” testi cura di Federico Fioravanti

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SIMBOLI ANCORA MISTERIOSI NELLE TOVAGLIE PERUGINE

“Il Grifo e la Fontana Maggiore sono gli emblemi di Perugia. Nei ricami,i cervi vicino al monumento che rappresenta la città, simboleggiano la Virtù che si abbevera alla fonte della Saggezza.

Ma è ancora incerto il significato di molti motivi decorativi.

Le lepri, nella tradizione mediorientale ripresa nel corso del Medioevo in tutto l’Occidente,rappresentano l’innocenza.

Nelle Tovaglie Perugine spesso sono inseguite dal lupo e dal cane, simboli della lussuria.

Il motivo decorativo degli uccellini, intervallati da piccole rose a otto petali, ha un significato religioso.

Disegni simili sono stati ritrovati anche nei bassorilievi delle tombe etrusche e nelle antiche tovaglie d’altare perugine.”

 

Tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “Umbria delle mie Trame” testi a cura di Federico Fioravanti

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LA MAGIA DELLE FUSERUOLE

“Un’inedita collezione di fuseruole è ospitata nel Museo regionale della Ceramica di Deruta, il più antico d’Italia.

Nacque infatti nel 1898,grazie al notaio derutese Francesco Briganti che ebbe l’idea di istituire un “Museo artistico pei lavoranti in maiolica”.

Le piccole perline in maiolica a corredo dei preziosi ricami, sono chiamate anche fusaiole o pittole.

Quasi nascondono le iniziali dell’innamorata, che spesso sono seguite dalla lettera B, che sta per “bella”.

A volte i nomi sono scritti per intero. O si usano vezzeggiativi. In qualche caso, le dediche sono scritte addirittura al contrario.

I pegni d’amore sono famosi in tutto il mondo, come testimoniano le quindici fuseruole esposte al British Museum di Londra.”

Tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “Umbria delle mie Trame” testi a cura di Federico Fioravavanti

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ROMEYNE ROBERT RANIERI DI SORBELLO

Romeyne nacque nel New Jersey da una famiglia di origine francese.

Sua madre era parente di George Bernard Shaw, il grande intellettuale e drammaturgo irlandese.

Durante una vacanza romana incontrò il marchese Ruggero IV di Sorbello che sposò nel 1902. L’anno dopo, in una proprietà del marito, la villa del Pischiello, sulle colline intorno al lago Trasimeno, fondò la Scuola di Ricami.

Le dieci operaie degli inizi diventarono più di 80 in pochi anni. La contabilità era tenuta con il “sistema americano moderno”. Ogni donna era ben pagata e spronata di continuo ad accantonare in libretti postali la propria paga.

La giovane marchesa brevettò il Punto Umbro, un antico punto arabo adoperato in ricami italiani, spagnoli e portoghesi e riprese molti disegni dai capolavori della pittura italiana del Rinascimento.

Qualche decennio dopo fu l’animatrice della neonata cooperativa Arti Decorative Italiane che aprì una vetrina a Perugia, sul centrale Corso Vannucci, dove i preziosi ricami venivano presentati e venduti e dove incontrarono un successo crescente.

 

TRATTO DALLA PUBBLICAZIONE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI PERUGIA, UMBRIA DELLE MIE TRAME. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico, testi a cura di Federico Fioravanti

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ALICE HALLGARTEN FRANCHETTI

La storia di Alice Hallgarten è straordinaria e ancora poco conosciuta.

Era una facoltosa figlia della Belle Époque di origini ebraiche, nata in America. Viveva tra Francoforte e New York. Anche per lei fu fatale un “Grand Tour” in Italia durante il quale incontrò il barone Leopoldo Franchetti, deputato del Regno e proprietario di centinaia di ettari di terre nell’alta valle del Tevere. Si sposarono nel 1900. Nonostante il marito avesse quasi trenta anni più di lei, fu un matrimonio d’amore.

A Villa Montesca e subito dopo a Rovigliano, Alice fondò una scuola rurale gratuita per i figli dei suoi contadini dove chiamò ad insegnare le migliori pedagogiste europee.

Pochi anni dopo convinse Maria Montessori, la prima donna italiana laureata in medicina, a scrivere un libro in cui fossero riassunte le sue teorie sull’educazione dei bambini. La ospitò a Città di Castello, finanziò e stampò la sua opera che fu tradotta in 36 lingue. Presentò anche la Montessori alla regina Margherita e agli intellettuali più importanti d’Europa e d’America. Il famoso metodo che cambiò per sempre l’istruzione infantile, per qualche tempo fu conosciuto come il “metodo Franchetti-Montessori”.

I bambini della scuola di Alice si applicavano anche all’arte della tessitura. In “aiuto alle madri bisognose” la giovane baronessa fondò il Laboratorio Tela Umbra: la tela di lino e di canapa veniva tessuta a mano con l’aiuto di 40 telai e le lavoranti partecipavano agli utili dell’azienda. Alice previde anche l’asilo nido per i bambini delle sue tessitrici.

Morì a soli 37 anni. Poco dopo, il marito si uccise e lasciò tutte le sue ricchezze, con annesse la scuola e il laboratorio, ai tanti contadini che lavoravano le sue terre.

Una storia d’amore e di impresa che racconta bene quanta passione ci sia stata intorno alla rinascita del tessuto, del ricamo e del merletto nell’Umbria degli inizi del Novecento.

TRATTO DALLA PUBBLICAZIONE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI PERUGIA,UMBRIA DELLE MIE TRAME. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico, testi a cura di Federico Fioravanti

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La Rinascita dell’Alto Artigianato del Tessile

La rinascita arrivò all’alba del Ventesimo Secolo per merito di una pattuglia di donne fuori dal comune. L’Italia si era unificata solo da qualche decennio. E la condizione femminile, nella maggior parte dei territori di un Paese ancora lontano dalla modernità, era segnata da una profonda arretratezza e da una drammatica e cronica mancanza di lavoro.

Nel 1891 nacque a Roma una Società di Arti e Mestieri “per far conoscere all’estero i pizzi, le trine, i tessuti italiani”. E nel 1903, con la benevola approvazione dei sovrani e il determinante aiuto del governo, nella capitale furono fondate “Le Industrie Femminili Italiane”, con lo scopo dichiarato di valorizzare i tessuti, i ricami e i merletti, riprendendone i modelli “dai musei, dai libri, dai disegni antichi, dalle forme spontanee della vita”. La cooperativa per azioni prometteva di combattere “severamente i prodotti grotteschi, disgustosi e disadatti”. Questa sorta di manifesto del gusto trovò proseliti anche in Umbria.

Alcune autorevoli figure femminili dell’alta borghesia terriera e illuminate signore dell’aristocrazia, si impegnarono nella realizzazione di un progetto calato dall’alto, ma comunque capace di affrontare e migliorare la condizione di migliaia di giovani madri senza istruzione, ragazze prive di dote e contadine che per avere un futuro erano costrette ad emigrare. Così, moltissime donne fino ad allora prive di diritti, trovarono nel lavoro artigiano il loro riscatto sociale e una prima forma di emancipazione economica.

Due giovani e ricche americane furono le principali protagoniste di questa neonata impresa della bellezza: Romeyne Robert Ranieri di Sorbello e Alice Hallgarten Franchetti.

Entrambe erano colte, curiose e cosmopolite. Mecenati per scelta. Innamorate non solo dei loro mariti ma anche dell’Umbria e della sua gente. Tutte e due guidate da sinceri ideali, uniti a una concretezza anglosassone che all’epoca apparve rivoluzionaria.

TRATTO DALLA PUBBLICAZIONE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI PERUGIA, UMBRIA DELLE MIE TRAME. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico, testi a cura di Federico Fioravanti

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LE TOVAGLIE PERUGINE E CATERINA DE’ MEDICI

Nei corredi delle signore dell’aristocrazia europea non potevano mancare i tessuti dell’Umbria, icona di un gusto ormai consolidato.

Non stupisce quindi trovare la citazione delle “tovaglie e pannili perugini” nell’inventario della dote che Caterina de’ Medici portò con sé quando andò in sposa al re di Francia Enrico II. La regina fiorentina adorava ricamare, tanto che si diceva lo facesse anche durante gli incontri politici di alto livello. Al suo nome è legato quel Punto Madama riscoperto centinaia di anni dopo, come specifico della tradizione regionale.

TRATTO DALLA PUBBLICAZIONE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI PERUGIA, “UMBRIA DELLE MIE TRAME. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico”, testi a cura di Federico Fioravanti

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LE TOVAGLIE PERUGINE RIPRODOTTE IN OPERE D’ARTE

“… Frammenti o porzioni di antiche tovaglie sono assai rare da trovare. Quelle integre sono rarissime e visibili quasi soltanto nei musei e nelle collezioni private. Ma la loro fortuna fu tale che vennero riprodotte da molti fra i più grandi artisti del Medioevo e del Rinascimento, in dipinti, affreschi e sculture lignee. Spesso venivano rappresentate insieme ad altri tessuti di gran pregio, quasi sempre di seta, importati da Lucca, dalla Sicilia o dall’estremo Oriente, destinati ad abbellire le chiese o le vesti lussuose di prelati e sovrani.

Così fece, ad esempio, un artista della fine del Duecento il Maestro delle Palazze, che in una Ultima cena, ora conservata all’Art Museum di Worcester, dipinse una lunga tovaglia, panneggiata con cura e ornata “alla perugina”, con fasce a motivi geometrici.

La consacrazione artistica delle celebri tovaglie arrivò però con l’arte nuova, moderna e dirompente del grande Giotto, nella Cena del Cavaliere da Celano, uno dei ventotto affreschi che compongono il vastissimo ciclo murale delle Storie di San Francesco, ospitato nella Basilica superiore di Assisi.

L’opera racconta una morte annunciata: la gioia abituale di un convivio che nel balenio delle poche parole scambiate tra San Francesco e il devoto cavaliere, si muta in dolore e lamento. La bianca tovaglia di renza appare in bella vista, stesa su una tavola “alla fratina”. Sopra, troneggia una trota arrostita, tra le posate medievali, i piatti dai bordi appiattiti e due lussuosi bicchieri di vetro. Cinque anni dopo, nel 1305, il grande artista ripropose le tovaglie anche nelle Nozze di Cana dipinte nella Cappella degli Scrovegni di Padova.

Sempre ad Assisi, nella basilica inferiore, colpisce la grazia degli stucchi “ricamati” di Simone Martini nel Sogno di Sant’Ambrogio. Ma soprattutto, nella stessa chiesa, bisogna guardare con tutta l’attenzione che merita, l’altro capolavoro dello stesso autore, San Martino in atto di celebrare la Messa, in cui vengono raffigurate due diverse e splendide tovaglie d’altare, decorate in modo minuzioso con motivi geometrici e con simbologie zoomorfe. E ammirare, pochi metri dopo, l’emozionante Lavanda dei piedi di Pietro Lorenzetti, che risale al 1320 e che mostra un altro, mirabile esempio dei tipici tessuti perugini. Lo stesso artista rielaborò il tema delle Tovaglie Perugine una ventina di anni dopo anche nella Nascita della Vergine, conservata nel Museo dell’Opera del Duomo di Siena.

In Umbria, negli anni Trenta del Trecento, un altro ignoto e dotatissimo pittore, in una nicchia dell’ex convento francescano di Sant’Antonio a Pissignano, rivestì l’arcata che incornicia una Crocifissione con una tovaglia d’altare finemente ricamata.

Nello stesso periodo, stoffe listate vennero dipinte a mo’ di foulard dal Maestro della Cattura di Cristo nella basilica superiore di Assisi o addirittura come cappucci dal grande e anonimo artista che a Montefalco affrescò la cappella della Croce, nella chiesa cittadina dedicata a Santa Chiara.

Il Maestro di Cesi adornò con la pittura di quella stoffa alla moda la misericordiosa testa della Vergine in un originale Trittico che da molti anni arricchisce il già sontuoso museo Ephrussi de Rothschild di Cap Ferrat, in Francia.

Altre testimonianze pittoriche si possono rintracciare nelle chiese spoletine di Santa Elisabetta e San Pietro Martire e nel tempio dell’Annunziata di Poggio di Croce a Preci.

A Campi alta, nella scenografica chiesa di Santa Maria di Piazza, la Presentazione di Maria al tempio di Antonio e Giovanni Sparapane, è un vero e proprio trionfo espositivo dei tessuti umbri medievali.

Nel Martirio di Santa Barbara, Madonna di Loreto e Sant’Antonio da Padova di Bartolomeo di Tommaso, visibile nella Pinacoteca comunale di Foligno, anche gli angeli indossano tessuti finemente disegnati. L’affresco fa il paio con un’altra opera dell’artista, che mostra ornamenti dello stesso tipo: è il Giudizio Finale, che campeggia nella bella chiesa ternana di San Francesco, scampata ai 110 bombardamenti che misero in ginocchio la “città dell’acciaio” durante la seconda guerra mondiale.

I tessuti per i quali l’Umbria era famosa, vennero messi in mostra anche da artisti ignoti e affascinanti: ornati geometrici abbelliscono la statua lignea di una Madonna con Bambino che si può ancora ammirare nella chiesa di San Francesco a Acquasparta. Altri motivi vegetali compaiono nell’abito di un angelo, scolpito nella metà del Quattrocento e conservato nella pinacoteca comunale di Cascia.

Sono bellissimi i tessuti verdi e amaranto che risaltano al centro della scena dei Funerali di Sant’Agostino di Ottaviano Nelli nella chiesa di Sant’Agostino a Gubbio.

Le Tovaglie Perugine tornano in un particolare della stupefacente Cappella Baglioni di Spello dipinta dal Pinturicchio, nel Cenacolo di Foligno del Perugino e in due capolavori esposti nella Galleria Nazionale dell’Umbria: l’Adorazione dei Pastori di Bartolomeo Caporali e la Pietà di Piero di Cosimo.

Ma anche altri artisti immortali vollero impreziosire le loro “ultime cene” con i tipici tessuti, da Duccio di Boninsegna al Ghirlandaio, dal Beato Angelico fino a Leonardo Da Vinci.

Tovaglie damascate di lino bianco a piccoli rombi si conservano ancora alla Marienkirche di Danzica e emergono in tutta la loro bellezza nelle realistiche pennellate di alcuni artisti di scuola fiamminga, come Hans Memling che volle riprodurle nella sua Circoncisione, visibile al Museo del Prado di Madrid.”

TRATTO DALLA PUBBLICAZIONE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI PERUGIA, “UMBRIA DELLE MIE TRAME. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico”, testi a cura di Federico Fioravanti

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Ricami: dipinti di ago e filo

 

“… Il ricamo è una decorazione, un motivo o un ornamento creato con ago e filo su un tessuto. I metodi principali di ricamo sono su disegno o a fili contati. Nel primo caso, il tema si riproduce sul tessuto, anticamente con la tecnica dello spolvero, oggi a matita o a ricalco. Poi si ricama mediante tecniche differenti. Il ricamo a fili contati prevede l’uso di tessuti a trama abbastanza larga e regolare, in modo da poter tenere conto del numero di fili ed eseguire il ricamo da punti omogenei per grandezza. Si ricama direttamente sul tessuto contando i fili di ordito e di trama. Variamente associati tra loro, i punti a fili contati compongono stili di ricamo ornamentale eleganti, raffinati e molto antichi. Mentre per i filati la fibra più usata è il cotone, i tessuti utilizzati sono molto vari.

Ars Panicalensis. È una tecnica che si esegue esclusivamente su tulle in cotone o in seta. Il disegno, riprodotto su carta oleata, si appunta sul tulle e si rafforza con un supporto di carta da pacchi. Il ricamo ad ago si esegue a Punto Filza con differenti retini, per ottenere effetti di vuoti, pieni e chiaroscuri. Fiori, medaglioni, uccelli del paradiso, volute barocche, sono i soggetti privilegiati dell’Ars Panicalensis, uno tra i ricami a mano su tulle più ricercati.

Filet a mòdano. Si presenta come una rete sulla quale si ricamano motivi a Punto Tela, Punto Rammendo e Punto Spirito. La rete a filet viene realizzata a fili liberi annodati, attraverso l’impiego di un lungo ago di legno a doppia cruna aperta, chiamato mòdano. La lavorazione comincia dal vertice di un primo riquadro e si allarga via via obliquamente, annodando il filo in modo regolare per ottenere i successivi riquadri, fino a raggiungere la dimensione desiderata.

Punto Antico. È una tecnica di ricamo a fili contati da eseguire su tessuto a trama visibile e regolare. La decorazione, molto lineare e sobria, si basa sull’alternarsi di vuoti, come le sfilature o gli ajourés, e pieni nella forma di disegni geometrici a Punto Reale, a cui si aggiungono punti a rilievo come il Punto Vapore o il Punto Riccio e punti di finitura come il Punto Erba, il Quadro e altri, ognuno con una particolare funzione: riempimento, trasparenza, rilievo e definizione.

Punto Assisi. È costituito dall’accoppiamento di due punti: il Punto Scritto, che si utilizza per i contorni del motivo e il Punto Croce, con cui si riempono gli spazi attorno al disegno. La tecnica è a fili contati, per cui non prevede che il disegno venga tracciato sul tessuto. Si utilizza la Tela Francescana. I colori tradizionali sono il blu, il rosso e il verde. Per i contorni a Punto Scritto si può usare anche il nero o una tonalità più scura del colore scelto per il fondo a Punto Croce.

Punto Deruta antico. È una tecnica a fili contati che utilizza il Punto Rammendo e il Punto Filza. Si applica su tessuti di lino o canapa di colore greggio o écru, a trama rada ed armatura regolare. Il filo è di lino, dello stesso spessore e colore del tessuto. I ricami sono rifiniti con un piccolo orlo rigirato (birillino) o ripiegato e fermato con Punto a Giorno. Gli angoli di cuscini, centri e tovaglie e gli orli delle tende sono arricchiti con nappi e fuseruole. I motivi sono geometrici e fito-zoomorfi stilizzati.

Punto Deruta a colori. Chiamato anche Deruta Moderno, è fatto su tessuti di cotone bianco, con i colori e i decori della maiolica locale: in particolare del Raffaellesco, Ricco Deruta e Arabesco. L’esecuzione combina il Punto Piatto o Punto Raso con il Punto Erba, che si usa per i contorni. Caratteristiche sono le nappe a nodini agli angoli di cuscini, centri e tovaglie e agli orli delle tende, realizzate con filati degli stessi colori delle decorazioni e arricchiti di fuseruole.

Punto Fiamma. Detto anche Punto Bargello, è una tecnica ad ago eseguita mediante Punto Lanciato dritto su motivi geometrici. Il punto viene lavorato in verticale, mentre il motivo si compone per righe orizzontali. Losanghe, rombi, cellette e nidi d’ape si prestano a infinite combinazioni di geometrie e di colori. La diversa lunghezza dei punti produce motivi differenti e di grande efficacia, in cui il vero protagonista è il colore, che può aggiungere profondità fino a modificare l’effetto del motivo.

Punto Madama Caterina. Il Punto Madama si realizza su tessuto Buratto, con una serie di punti eseguiti contando i fili. Col Punto Filza si ricamano i contorni del disegno, poi si ritorna sulla stessa trama scambiando i punti, in modo da ottenere un lavoro a due dritti. I disegni riproducono i motivi classici del tempo in cui vennero eseguiti alla corte di Caterina de’ Medici e, in virtù della loro grazia e singolarità, si ambientano bene anche allo stile moderno.

Punto Norvegese. Chiamato anche Hardanger, è una tecnica che si esegue a fili contati su tessuti di lino o di cotone a trama regolare. Mediante il Punto Piatto si realizzano il contorno delle parti da traforare e le linee ornamentali in ricamo pieno. Poi si tagliano e si estraggono alcuni fili di tessuto nelle parti da traforare e la rete che rimane viene infine ricamata a Punto Rammendo o a Cordoncino. I lavori sono tradizionalmente eseguiti in bianco su bianco o écru.

Punto Perugino. È un ricamo a fili contati, che si esegue con la sovrapposizione del Punto Passato per ricoprire tutta la superficie del disegno, che si riporta su carta quadrettata. Ogni quadretto corrisponde, sia in verticale che in orizzontale, a tre, quattro o cinque punti, in dipendenza dalla finezza del tessuto usato. I punti si eseguono da sinistra verso destra nel senso dell’altezza del disegno da ricamare, uno accanto all’altro senza mai accavallarsi. I colori più frequenti sono il bianco e l’écru.

Punto Pittura. Detto anche Punto Raso, è una variante del Punto Piatto in cui si impiegano filati di colori diversi, con punti di varia lunghezza disposti in maniera irregolare per far sì che il chiaroscuro del modello compaia in sottili e accurati passaggi cromatici. Si riporta il disegno sul tessuto, che viene completamente ricoperto da fitte gugliate di filati serici policromi, il cui effetto satinato crea risultati analoghi a quelli del raso dipinto.

Punto Umbro o Sorbello. È un punto annodato e in rilievo, di origine mediorientale. Per dare più risalto al ricamo, spesso si accoppia con inserti in Punto Avorio, di derivazione ugualmente arabica. Si ricama con l’ago direttamente sulla tela, dove in precedenza vengono tracciati i disegni, italiani e di epoca rinascimentale. Anche le nappe, esatte copie di quelle delle antiche collezioni, aumentano l’effetto del ricamo, eseguito nei colori tradizionali écru, verde, celeste e ruggine.”

TRATTO DALLA PUBBLICAZIONE DELLA CAMERA DI COMMERCIO DI PERUGIA,  “UMBRIA DELLE MIE TRAME. Tessuti, merletti e ricami: gli itinerari dell’alto artigianato artistico”, testi a cura di Federico Fioravanti