Il tartufo tra storia e leggenda…Pesce, veleno o tonico

Dall’IX secolo in poi, ci sono notizie sul tartufo anche nella letteratura scientifica araba.
Yuhanna ibn Masawayh (777-857), medico assiro attivo nel centro intellettuale dell’Accademia di Jundishapur, in un trattato sulla prevenzione dalle proprietà dannose degli alimenti, lo include erroneamente fra i pesci, citando il suo effetto negativo se consumato sotto sale. Secondo lui riduceva al minimo il sangue presente nel corpo e tendeva ad aumentare la bile nera.
Avicenna (ca. 980-1037), nel primo volume del Canone, opera monumentale di straordinaria sintesi del sapere medico del tempo, riconduce al consumo di tartufo patologie importanti come la paralisi e il colpo apoplettico.
Ma è solo nel XIV secolo che la letteratura scientifica e la poesia rilanciano, anche se a fasi alterne, le qualità positive del tartufo. Ibn al – Khatīb (1313-1374), erudito e medico alla corte del sultano di Granada, evidenzia in un trattato sulla cura della salute come aglio e tartufo possano essere utilizzati quali antidoti contro gli avvelenamenti alimentari.
Gli stessi descritti dal medico pavese Antonio Guaineri che per digerirli bene suggeriva di cuocerli insieme alle pere.
In realtà, un solo episodio nella lunga storia del tartufo è, seppur indirettamente, collegato alla morte. Lo riporta un cronista del 1368: riguarda il decesso del duca di Clarence, figlio di Edoardo III Plantageneto. Il principe inglese, giunto in visita ad Alba, si abbandonò
a libagioni così esagerate da morire di indigestione.
Nel Trecento, l’apologia del tartufo è magistralmente orchestrata dal poeta aretino Francesco Petrarca (1304-1374), che ne individua fascino e misticità nel nono sonetto del suo capolavoro Il Canzoniere: “gravido fa di se il terrestro umore, onde tal frutto e simile si colga…”.
Agli scritti sul tartufo si accompagnano anche le prime immagini. L’iconografia del Tacuinum Sanitatis, codice miniato a contenuto naturalistico risalente al XIV secolo, conservata alla biblioteca Casanatese, illustra un paggio intento a raccogliere tartufi neri da porre in un cesto. Le poche righe che descrivono l’opera parlano di “terra tufulae”, capaci di provocare il “morbum melanconicum”.
Ma quando si parlava di tartufi, i piaceri carnali avevano comunque il sopravvento. Ad esempio, Michele Savonarola (1385-1468), medico, umanista e scienziato autore della Pratica Maior, che racchiudeva tutto lo scibile medico del tempo “dalla testa ai piedi”, lo consigliava come alimento ideale per gli uomini anziani ammogliati a giovani e voluttuose fanciulle. Allo stesso modo, l’umanista e gastronomo Bartolomeo Sacchi (1421-1481), ricordato come il Platina, nel suo trattato di cucina De honesta voluptate et valetudine non solo assegna al tartufo un alto potere nutritivo, ma lo definisce: “un eccitante della lussuria”. E aggiunge: “Perciò vien servito spesso nei pruriginosi banchetti di uomini ricchi e raffinatissimi che desiderano essere meglio preparati ai piaceri di Venere”.

Dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “Black & White – Di quale tartufo sei? STORIE, LEGGENDE, CURIOSITÀ

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