Feste, usanze e costumi legati al vino ed alla vendemmia

Nelle domeniche di carnevale, in campagna, gruppi di giovani ed anziani si mascheravano ed andavano di casa in casa. Suonavano l’organetto, il cembalo e ballavano il saltarello sull’aia. Le massaie come compenso offrivano uova, lardo, salsicce che uno della comitiva infilzava sullo spiedo. Alla fine si offriva loro un bicchiere di vino che spesso veniva accompagnato da un brindisi.

In occasione del Sabato Santo, nelle chiesine di campagna, si benedivano le pizze (le crescie di Pasqua), il vino, il pane, le uova e il salame. Questi cibi si mangiavano a colazione la mattina di Pasqua.

Il Lunedì dell’angelo era il giorno tradizionale per “prendere Pasqua”. Si andava al Santuario di santa maria degli Angeli (assisi) o in qualche convento di frati. Al ritorno, in campagna, si giocava a bocce e si assaggiava insieme la “Vernaccia”.

Nel territorio di Torgiano è ancora attuale l’usanza dei “fuochi”. La notte della vigilia di San Giorgio (23 aprile) venivano e vengono ancora accesi fuochi propiziatori in mezzo alle vigne. L’usanza è estesa a tutto il per territorio perugino, è menzionata anche dal Piccolpasso nel 1565. Essa ricorda un rito pagano (i fuochi venivano accesi tra le vigne per evitare che i parassiti attaccassero le viti), anche se la coincidenza, in molti paesi, con il giorno in cui si celebrala festa del santo, esprime una valenza magico-protettiva.

Agli inizi di novembre si teneva, e si ripete tutt’ora, a Spello la “Fiera de le Fantèlle” (detta anche firiòla). Era nota per il bestiame e la merce di ogni genere. caratteristica era la presenza di donne di campagna che portavano a vendere l’uva secca in una canestra di vimini. Secondo la tradizione popolare l’origine ed il nome di questa fiera deriva dal fatto che tre ragazze da marito (fantelle) avevano stabilito un giorno per portare al mercato i prodotti di campagna (uva secca, pollame ecc.); il ricavato doveva servire per acquistare il corredo. Secondo alcuni la spiegazione del nome è nell’usanza che le ragazze, soprattutto di campagna, partecipavano numerose alla fiera per farsi conoscere da eventuali pretendenti.

Terminata la vendemmia passavano le “graspulajòle” per raccogliere qualche grappolo d’uva lasciato dal contadino. Erano munite di un canestro e di una pertica che terminava con una V rovesciata, con la quale afferravamo i grappoli per riporli nel canestro. Terminata la “raccolta”, la famiglia, generalmente bisognosa, poteva ricavare una certa quantità di vino.

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