Dall’Umbria a Parigi: “Non parlate a nessuno dei miei affari”

All’epoca il tartufo era quasi esclusivamente “made in Francia” grazie alla buona stampa e a un complesso sistema di dazi che ne proteggeva la vendita. Ma già nel 1858 l’umbro Costantino Urbani iniziò ad esportare tartufi freschi a Carprentas. Per conservarli, applicava ai barattoli di cristallo una speciale chiusura di sua invenzione che non utilizzava il mastice come facevano i francesi, ma dava risultati strabilianti.
Così il tartufo umbro, fino ad allora trattato con sufficienza, cominciò ad essere venduto addirittura nel Perigord e ad arrivare ogni tanto anche nei più importanti ristoranti della “Ville Lumiére” che allora era il centro del mondo, culturale e anche gastronomico.
Se ne accorse presto anche uno degli altri pionieri del tartufo umbro. Si chiamava Ormisda Francia. La sua famiglia aveva una gioielleria nel centro di Spoleto. Lui però pensava ad altri gioielli, quelli misteriosi e profumati che aspettano di essere scovati
nel sottosuolo. Aveva idee progressiste ed era infatuato della Francia. La vita di provincia gli stava stretta e non andava proprio d’accordo con i suoi parenti. Così, nel 1853, emigrò a Parigi e iniziò a frequentare il bel mondo. Fu grande il suo stupore quando scoprì che i decantati tartufi francesi erano identici a quelli che crescevano a casa sua.

Si diede agli affari e iniziò ad importare tartufi. Ma cominciò a venderli con un nome francese per evitare grane e farli pagare meglio.
Li smerciava non solo a Parigi ma in tutte le capitali europee. Se li faceva spedire da suo fratello Luigi e da suo nipote Galileo, che nello stesso giorno passava dalla vendita dei gioielli a quella dei tartufi: 30, 40 o 80 kg alla volta per ogni spedizione diretta agli
esigenti consumatori parigini.
Per il tesoro gastronomico dell’Umbria si aprivano in fretta nuovi mercati.
Ormisda Francia nell’aprile del 1871, alla vigilia del massacro dei difensori della Comune, abbandonò la Parigi invasa dalle barricate e con un ricco carico di tartufi spediti dall’Umbria, arrivò in una San Pietroburgo già invasa dalla neve. Scrisse che gli aristocratici
russi lo aspettavano “come l’arrivo del Messia”. In cinque giorni vendette tutti i tartufi. E subito ripartì per Londra e Bruxelles. Non prima di avvertire i suoi parenti di Spoleto: “Non parlate dei miei affari a nessuno”.
Il cauto Ormisda faceva onore al suo originale nome di battesimo, di origine persiana, che vuol dire “signore della saggezza”: meglio non pubblicizzare troppo le fortunate vendite per evitare lo “spionaggio industriale” di altri abilissimi e geniali imprenditori che già operavano in Umbria. Veri e propri pionieri, che lavoravano tra grandi difficoltà.
A partire dal cronico isolamento del territorio che rendeva troppo lenta la spedizione dei delicati tuberi all’estero.
Anche l’industria conserviera nazionale dei tartufi nacque in Umbria. In un modo abbastanza casuale. In Francia, nel Perigord, la tecnica della conservazione era già molto avanti. E in Italia la Cirio aveva iniziato a spedire tartufi piemontesi conservati in scatola
verso lontane destinazioni, come la Russia degli zar. 

Dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “Black & White – Di quale tartufo sei? STORIE, LEGGENDE, CURIOSITÀ

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