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GIARDINI CARDUCCI A PERUGIA

Dedicati al poeta che, in una sua visita a Perugia, nel 1877 compose l’ode Canto all’amore ispirata al panorama che da qui si gode. Nei giardini dominati da lecci secolari, spiccano i busti in bronzo dedicati a Carducci e ad artisti e personaggi famosi di Perugia, quali Pinturicchio, Alessi, Calderini, Antinori. Al centro è il monumento a pietro Perugino di Enrico Quattrini (1923). Sul belvedere Carducci svettano pini.

Altre note sui giardini di Perugia sono pubblicate in “Camminare per Parchi e Giardini” consultabile qui.

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GIARDINI DEL FRONTONE

La loro realizzazione iniziò nel 1707 per le adunanze estive dell’Accademia degli Arcadi.

Prendono il nome dalla fronte dell’arco trionfale, che chiude l’anfiteatro, realizzato su supporto di Baldassarre Orsini (1769).

Nel corso del XVIII secolo fu sistemato a viali paralleli di lecci monumentali.

 

Altre note su giardini di Perugia sono contenute in “Camminare per Parchi e Giardini” consultabile qui.

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Il tartufo, carta d’identità del cane

I cani da tartufo, quando sono bravi, valgono molto. E chi ce li ha se li tiene stretti. Un cucciolo può costare più di 200 euro e un adulto anche 1000-1500 euro. Cani da tartufo si nasce. Anche se, grazie ad un olfatto eccezionale, qualunque tipo di cane ben addestrato può essere un potenziale cercatore. Non a caso, anche la parte terminale del naso dell’animale si chiama tartufo: è quasi sempre nero e umido, a causa della abbondante presenza di ghiandole sudoripare.

Di fatto, è una vera e propria “carta d’identità” dell’animale: l’impronta delle formato contraddistingue il singolo animale, così come avviene nell’uomo con le impronte digitali. Nel cane, la corteccia che processa le informazioni sugli odori, occupa il 12,5% della massa totale del cervello. Quella umana ne ricopre appena l’1%. L’olfatto dell’animale è così sviluppato grazie a recettori che sono 50 volte più numerosi di quelli dell’uomo. All’interno del naso l’aria entra in contatto con 300 milioni di recettori. Il naso dell’uomo ne possiede solo 6 milioni. L’addestramento fa miracoli. Al resto pensa la natura. Il tartufo del cane somiglia ad un radar: le due narici sono ben distanziate tra loro. Ognuna percepisce l’odore di una distinta regione spaziale. Così, l’animale è in grado di localizzare la direzione esatta dalla  quale proviene un odore.

Il cane una volta addestrato sa da solo quello che deve fare: non si allontana mai troppo dal padrone e non rimane mai troppo vicino. Fedele, affidabile, veloce nella cerca, sensibile ai richiami del padrone e, soprattutto, capace di concentrare lo scavo nel punto esatto dove i profumati funghi sono interrati, senza danneggiare il terreno circostante. Pronto a partire insieme al padrone, con il sole, il vento, il gelo o la pioggia. Attento ai gesti, agli incitamenti, ai continui richiami, spesso quasi sussurrati, avverte il tartufo con il fiuto. Raspa ma si ferma subito al comando del tartufaio. I migliori cani da tartufo sono di corporatura media. Ma la scelta non è facile: generici o specialisti, maschi o femmine, di razza o meticci, lenti o veloci. I cercatori tranquilli preferiscono il Lagotto, di origine romagnola, non più alto di 50 cm. È un cane da riporto e da acqua, originario delle zone paludose del Ravennate e delle valli di Comacchio. Il nome arriva dal dialetto: “càn lagòt” vuol dire cane da acqua. Conosciuto già dal Cinquecento, ha un olfatto fuori dall’ordinario e una costituzione robusta. È intelligente e vivace. Concentrato ma un po’ lento. Tanto docile ed ubbidiente che l’Ente Nazionale della Cinofilia Italiana lo ha ufficialmente riconosciuto come unico e puro “cane da tartufo”. Ma sono adatti alla cerca anche altri tipi di cane, come il Bracco (italiano, tedesco e ungherese), che è docile e compassato oppure il Korthals, detto anche Griffone a pelo duro, instancabile e socievole cercatore che non viene mai distratto dalla selvaggina. Vanno bene anche il Pointer, mansueto e dal gran fiuto ma forse troppo veloce, lo Springer Spaniel, il Jack Russel o il Breton. Lo Spinone italiano resiste bene alla fatica così come il tenace ed affidabile Labrador.

In Valnerina, la patria del tartufo nero pregiato, nel corso dei secoli è stato selezionato il Grifo Nero Valnerino, un cane rustico, avvezzo a lavorare sia al freddo che con l’afa, che ha un “riporto” naturale e quindi quasi non necessita di addestramento iniziale. Funziona anche come cane da compagnia. È il “cane da tartufi” tipico dell’Umbria che unisce la forza fisica alla docilità.

Tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “Black / White – Di quale tartufo sei? Storie, leggende, curiosità“.

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TUORO:UN’ORIGINE ORIGINALE?

“Perché Tuoro si chiama così?Con ogni probabilità per una tecnica di pesca medievale, le cui prime documentazioni risalgono al 1074.

Un modo per catturare il pesce che rimase in uso ­no al 1602, quando si veri­cò una memorabile piena del lago Trasimeno. La tecnica sfruttava la tendenza dei pesci a cercare, durante la stagione invernale, riparo e tepore all’interno di accumuli vegetali.

Le anguille, le tinche e i lucci venivano convogliati in grandi ammassi di fascine di quercia, chiamati “tori” o “tuori”, che erano stati preparati e sommersi durante l’estate. In inverno, colmi di pesce, si riportavano in superfi­cie grazie a delle gigantesche reti di canapa.”

Tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “Umbria delle mie Trame” testi a cura di Federico Fioravanti

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IL CASSERO DI PORTA SANT’ANGELO

Anche se della torre ha tutte le caratteristiche strutturali, con il suo profilo merlato in conci e laterizi, il Cassero di Porta Sant’Angelo potrebbe definirsi in realtà un piccolo forte. Nato come porta urbica, inserito nella cinta muraria medievale di Perugia (di cui rappresenta la più grande delle porte), la struttura militare fu eretta nel XIII secolo, per dotare la città di un baluardo a controllo e difesa dei confini settentrionali.

Molteplici quindi furono i momenti della costruzione, testimoniati dai materiali utilizzati: per lo strato inferiore venne utilizzata la locale arenaria, mentre quando fu sopraelevata di due ulteriori livelli, si utilizzò la pietra calcarea e il laterizio.

Nel 1326, durante il completamento delle mura medievali, curato nel trecento, venne aggiunto il torrione e fu anche utilizzato come caserma. Nel secolo successivo la porta venne ricostruita e Braccio Fortebracci, l’allora signore di Perugia, diede ordine all’architetto Fioravante Fioravanti di innalzare il Cassero. Originariamente un fossato ed un ponte perfezionavano la torre, che presentava anche botole e feritoie. Sia l’edificio che le mura circostanti sono ben conservate e rappresentano la cornice ideale per rimmergersi in un ambiente medievale.

È possibile salire in cima alla torre e visitare il Museo delle Porte e delle Mura Urbiche allestito proprio all’interno del Cassero che offre un interessante percorso didattico che illustra lo sviluppo urbanistico della città attraverso il progressivo inglobarsi di tre cinte murarie: etrusca, medioevale, rinascimentale.

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TORRE DEGLI SCIRI

Intatta e luminosa, la Torre degli Sciri rappresenta una preziosa testimonianza della Perugia dalle settanta torri.

Un destino inconsueto il suo, che le ha permesso di conservare ancora ai nostri giorni una certa individualità strutturale, portandola ad emergere lungo Via dei Priori sempre maestosa, caso unico nell’acropoli perugina.

Risalente al XIII secolo, alta 46 metri, di forma squadrata, la recente ristrutturazione ha restituito alle pietre che la compongono le stesse tonalità dell’epoca in cui venne edificata.

Benchè originariamente avesse fatto parte degli edifici della prestigiosa e nobile famiglia degli Oddi (analogamente al vicino Palazzo omonimo, attualmente Marini-Clarelli), il nome della Torre che noi conosciamo è quello dalla famiglia che ne entrò in possesso dalla fine del XVI, l’antico casato gentilizio degli Sciri, appunto, che annoverava nel suo albero genealogico alcuni celebri personaggi, tra cui Sciro, autore delle “Memorie di Perugia dall’anno 1520 all’anno 1544” e che si estinse intorno al XVII secolo. Poiché era abitudine dell’epoca conferire un nome (o addirittura soprannomi…) alle torri, proprio per il marcato simbolismo che le accompagnava, è stata anche nominata Torre degli Scalzi, dall’ordine dei Carmelitani Scalzi della vicina chiesa di Santa Teresa, e, successivamente, Torre delle Becchette.

Quest’ultimo appellativo deriva dal modo in cui venivano chiamate le ragazze dell’istituto delle Terziarie Francescane fondato nel 1680 da Suor Lucia Tartaglini da Cortona. Suor Lucia raggruppò infatti diversi edifici, la casa con la torre ricevuta in dono dalla Contessa Caterina della Penna Oddi, che ne entrò in possesso una volta estinta la famiglia degli Sciri, un edificio contiguo acquistato dalla compagnia del Santo Anello ed il monastero delle Bartolelle. La Torre risulta parte integrante del Conservatorio delle Terziarie Francescane, che tuttavia non ne ha pregiudicato la linea.

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Quando Perugia era detta TURRENA

La maggior parte sono nascoste, superstiti silenziose di un’epoca passata, quando Perugia era detta la Turrena: nel XIII secolo erano oltre settanta le torri che si ergevano, imponenti, su strade e vicoli cittadini.

Che fossero posti di guardia o testimonial della ricchezza dei nobili e dei borghesi più agiati, oggi sono quasi scomparse del tutto: terremoti, ristrutturazioni edilizie e guerre cittadine…e poi la Guerra del Sale che nel XVI secolo provocò un moto di ribellione tra i perugini. Le pagine dei cronisti dell’epoca ci raccontano di come questi – obbligati dal papa Paolo III Farnese ad acquistare il sale nelle esose saliere pontificie – dapprima si privarono del suo uso, poi si ribellarono allo stesso pontefice dichiarando guerra. Le fiere truppe cittadine ebbero la peggio e la Turrena città sottomessa: le torri signorili, tra i principali simboli del potere, vennero distrutte per lasciare campo alla monumentale Rocca Paolina, simbolo del potere papale sulla città.

Oggi le vie dell’acropoli conservano ancora tracce delle antiche vestigia, magari assorbite nell’edilizia rinascimentale: la Torre degli Sciri, da poco riportata al suo antico splendore e la sola rimasta intatta, la Torre del Palazzo dei Priori, la Torre dei Donati, fino al Cassero di Porta Sant’Angelo…per citare alcune di queste opere che si fanno ammirare da chi cammina per le vie di Perugia con il naso all’insù….

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LA VECCHIA FERROVIA SPOLETO NORCIA

 

 

È il 1926 l’anno di inaugurazione della linea ferroviaria alpina che da Spoleto arrivava a Norcia. Un tracciato difficile, per addolcire il quale gli ingegneri dell’epoca adottarono brillanti soluzioni.

Numerosi viadotti, gallerie e ponti di ferro furono realizzati e scavati lungo i suoi 51 Km per permettere al convoglio, una volta lasciata Spoleto, di salire fino al valico della galleria di Caprareccia (lunga 1936 metri), ridiscendere nella valle del Nera e proseguire su un tratto pianeggiante fino alla stazione di Norcia attraversando la valle del Corno e quella del fiume Sordo.

La dismissione del tratto ferroviario è datata 1968, ma recentemente è stata eseguita una accurata messa in sicurezza del tracciato proprio per mantenere la memoria di questi luoghi del valore paesaggistico, culturale ed emozionale di rilievo.

L’opera di riqualificazione ha riguardato anche i fabbricati viaggiatori delle ex-stazioni di Spoleto, Caprareccia, Sant’Anatolia di Narco-Scheggino, Piedipaterno-Vallo di Nera e Borgo Cerreto-Sellano, luoghi destinati a punti di accoglienza e informazione per i turisti. L’itinerario è meta di percorsi anche in mountain bike: punto di riferimento è l’ex-stazione di Sant’Anatolia di Narco, sede del recente info point,  che può considerarsi l’ideale divisione tra la parte del percorso più impegnativa, quella in direzione Spoleto, da quella più agevole in direzione Norcia.

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RITRATTI DI STORIA: VIAGGIO NELL’ALTA VALLE DEL TEVERE

“Un’ampia, verde e fertile pianura, una bella gola scavata entro marne e calcari, nata in epoche remote dallo svuotamento del lago tiberino. Questa è l’Alta Valle del Tevere, disposta come un anfiteatro naturale lungo il corso del fiume Tevere che taglia da Nord a Sud l’Umbria.”

Ancora spunti di viaggio per l’Umbria, attraverso un percorso che, lambendo il Tevere, ne attraversa la valle a nord passando per Lisciano Niccone, Umbertide, Montone, Pietralunga, Città di Castello, San Giustino, Citerna e Monte Santa Maria Tiberina.

https://www.youtube.com/watch?v=Rr5cykyXt24

 

Un itinerario che si affianca a quelli dedicati all’area del Trasimeno e del comprensorio Eugubino Gualdese.