acque e cielo

Acque e cielo, lo stesso destino…il Trasimeno che incantò gli scrittori

Acque e cielo appaiono uniti dallo stesso destino: uno specchio fragile nel quale sembra riflettersi tutta la grande bellezza dell’Umbria.

“Sembra un uovo di pavoncella; ulivi grigi preziosi, delicati, freddo mare, verde conchiglia”. Così, nell’inverno del 1935, descrisse il Trasimeno nel suo diario la grande scrittrice inglese Virginia Woolf. Colori resi sempre nuovi dalla luce che dal cielo si riflette sulle acque: argentee al mattino, verdi, blu o rosa a seconda del sole e delle ore del giorno. Fino a rosseggiare d’estate, in tramonti che sembrano infiniti. 

Lo spettacolo ammalia ancora oggi il viaggiatore. Una emozione che si ripete ogni giorno. E che spesso si ha voglia di condividere, come scriveva in modo appassionato Goethe, nel suo “Viaggio in Italia”: “Il lago di Perugia offre uno spettacolo di grande bellezza. Mi struggo dal desiderio di avere al mio fianco qualcuno dei miei”. 

Lo scrittore di fiabe Hans Christian Andersen (1805-1875), che forse proprio sulle rive del lago, a Passignano, trovò ispirazione per la storia de “Il brutto anatroccolo”, raccontò lo stupore di un Trasimeno “illuminato dalla sera, come oro fiammeggiante fra le montagne azzurre”. E aggiunse: “Dall’alto e al di là delle distese di uliveti, ammiravamo lo stesso incantevole paesaggio che si rifletteva negli occhi di Raffaello come aveva fatto in quelli di Augusto…”.

Dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “L’Umbria del Trasimeno

trasimeno panorama

La bellezza del Trasimeno, lago più antico d’Italia

Gli Antichi Umbri, il primo popolo che abitò l’Italia, lo chiamavano Tarsmeno, “quello che si prosciuga”. Un grande lago, tondo, capace di mutare di continuo forma e colori, a seconda del ritmo delle piogge.
Nella lingua degli Etruschi, per assonanza, diventò Tarsminass. Un nome entrato nella storia dell’archeologia: fu impresso nel bronzo, più di 22 secoli fa, in uno dei sette frammenti della Tabula Cortonensis, il manufatto etrusco riemerso in Valdichiana nel 1992. Si parla delle acque di Tarsminass a proposito dell’atto di vendita di fertilissimi terreni agricoli da parte di un altolocato personaggio di
Cortona.

Il Trasimeno è il lago più antico d’Italia: ha circa un milione di anni. Nella depressione di origine tettonica che lo accoglie si è accumulata, per circa cinque milioni di anni, una pila enorme di sedimenti spessa più di 600 metri.

È anche l’unico lago italiano ad essere ospitato in una depressione originata da un movimento tettonico, come è accaduto, nel resto del mondo, per il Mar Morto, il Tanganica, il Titicaca e il Bajkal.

Con oltre 120 km quadrati è anche il lago più esteso dell’Italia centrale. Il quarto della penisola, dopo il Garda, il Lago Maggiore e il Lago di Como. Lo specchio d’acqua, che riceve apporti da un ridotto bacino scolante, è largo quasi 15 km con un perimetro di 53 km. Le acque, in media, sono profonde meno di 6 metri.

Tre verdissime isole emergono dal lago: la Maggiore e la Minore a nord, davanti a Tuoro e Passignano e l’isola Polvese, la più grande, sul lato opposto, solo a qualche centinaio di metri dall’abitato di San Feliciano.

Dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “L’Umbria del Trasimeno

volo uccelli

L’uomo che volava sulle acque…curiosità dal lago Trasimeno

Meno nota è un’altra storia che ebbe il lago come teatro: quella del perugino Giovan Battista Danti, nato nel 1478, che sperimentò
il volo umano librato prima di Leonardo da Vinci.
Costruì grandi ali ferme con pelli, penne e ferri. Voleva sfruttare il favore del vento e le correnti ascensionali, come fanno oggi gli alianti o i deltaplani. La prima volta, assistito da un suo servitore, si lanciò da una altura dell’Isola Maggiore.
Usava l’acqua del Trasimeno come pista di atterraggio. I suoi concittadini lo soprannominarono Dedalo, come il personaggio mitologico che accompagnava il volo del figlio Icaro. Ma Giovan Battista poi volò davvero, nel febbraio del 1498, davanti a una
folla enorme, accorsa a Perugia per festeggiare il matrimonio di Pantasilea Baglioni con il celebre capitano di ventura Bartolomeo d’Alviano: imbracato nelle grandi ali di sua invenzione, volteggiò, per qualche minuto sui tetti della città dalla piazza centrale
della città fino alla Sapienza Nuova. Lo tradì la rottura della giuntura di un’ala: rovinò al suolo ma gli andò comunque bene. Si spezzò solo una gamba. Ma da allora rinunciò per sempre al suo sogno sovrumano.

Tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “L’Umbria del Trasimeno

annibale

L’ulivo millenario del Trasimeno e la battaglia di Annibale

Il Trasimeno è un luogo dove ogni memoria sembra riemergere.
A Villastrada, nei pressi di Castiglione del Lago, un gigantesco albero di ulivo di 2500 anni di età, è il muto testimone di grandi e piccole storie.
L’ulivo millenario fu piantato intorno al V secolo avanti Cristo. Il tronco, tortuoso e imponente, misura più di 12 metri di circonferenza. E domina con la sua presenza gli altri alberi centenari, disposti tutt’attorno, quasi a  volergli rendere omaggio.

La pianta secolare aveva già salde radici all’alba del 21 giugno del 217 a.C. quando a pochi chilometri di distanza, sulle colline di Sanguineto di Tuoro, Annibale, condottiero cartaginese, annientò l’esercito di Roma nella memorabile battaglia del Trasimeno.
Nacque allora, tra quei fumi e nel crepitio dei fuochi, il mito di Annibale, il geniale ed enigmatico condottiero che una quindicina di anni dopo fu comunque costretto ad arrendersi alla potenza di Roma.
Oggi i turisti possono rivivere il “Percorso storicoarcheologico della Battaglia del Trasimeno” in tredici aree di sosta che ricostruiscono quello scontro epocale e le intere vicende della seconda guerra punica nell’affascinante scenario di un vero e proprio museo all’aperto. Nel Centro di Documentazione di Tuoro, vengono presentate, grazie agli ultimi studi geografici-storici e geofisici sul lago Trasimeno e ad un accurato studio delle fonti, dati scientifici che consentono di chiarire quale fu lo svolgimento e il teatro della battaglia. Vengono utilizzati allo scopo plastici, ricostruzioni video, filmati. E ogni anno, nel mese di agosto, cortei storici e rappresentazioni teatrali ricordano l’evento.

Tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “L’Umbria del Trasimeno

 

museo scheggino

Il museo del tartufo di Scheggino: vanghetti, bollitori e alambicchi

Lo strumento per eccellenza del cavatore è il vanghetto, ne esistono di antiche e di varie fogge, che pur rispettando la forma, che permette appunto di scavare senza rovinare i pregiati tuberi e il loro habitat, cambiano a seconda dell’epoca, denunciando l’antichità del mestiere. Ma tra i reperti d’antan più interessanti esposti al Museo del Tartufo di Scheggino ci sono quelli legati agli esordi dell’industria conserviera legata al tartufo. Strumentazioni ne macchinari che in alcuni casi risalgono alla seconda metà dell’Ottocento, agli anni dell’esordio anche in Umbria di pratiche in uso in Europa già agli inizi del diciannovesimo secolo. Un martelletto che, arroventato, è capace di sigillare ermeticamente le scatolette di tartufo conservato, oggi ci fa sorridere con nostalgia, oltre cento anni fa era guardato con aspettativa e meraviglia. E ancora catini per la raccolta e il lavaggio, contenitori per la bollitura dei tartufi e la loro sterilizzazione, le prime confezioni che hanno accompagnato, custodendone l’integrità all’interno e promuovendone il messaggio all’esterno, le prime confezioni di tartufo conservato che hanno viaggiato per il mondo. Oggetti preziosi dal punto di vista della cultura materiale che hanno una storia anche in provincia di Perugia. Il museo del tartufo, ancora in fase di allestimento, ospita la storia della tartuficoltura locale e della conservazione dei tuberi, avviata proprio a Scheggino dalla famiglia Urbani. Un’altra storia di pionierismo industriale umbro. Documenti, poesie, libri, ricette, fotografie, attrezzature storiche lunghe un secolo: questo e molto altro si può trovare all’interno del museo.

Negli spazi del museo ci sono anche le prime macchine da scrivere utilizzate, le fatture scritte a mano, le pagine di giornali internazionali che raccontano del tartufo e di Scheggino. Il tutto accompagnato dalle sagome di chi quella storia, che ha condizionato la vita di interi paesi della Valnerina, l’ha vissuta da protagonista, ma anche da strumenti audiovisivi che ci riportano nel mondo di oggi, all’evoluzione della tartuficoltura e delle tecniche di conservazione.

Tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “Black / White – Di quale tartufo sei? Ricette e Consigli

collazzone

Il forno di Collazzone e la Comunità dei forni Collettivi

Il comune si distingue nel panorama regionale in quanto sede dal 2008 della Comunità dei forni collettivi Collazzone e dell’Umbria,che fa parte della rete internazionale Terra Madre, di Slow Food.Scopo della Comunità è preservare i forni collettivi, promuoverne il restauro e l’utilizzo da parte della comunità locale e dei visitatori.

Ma anche raccogliere e tramandare la tradizione legata a questo tipo di cottura e trasformazione del cibo,che di fatto avveniva seguendo quello che noi possiamo considerare un perfetto ciclo ecologico.A scaldare il forno vanno infatti residui di potature di viti e alberi da frutto, rametti,rovi,sterpaglie del sottobosco che così viene ripulito, senza che però il risultato della ripulitura, utilizzato per scaldare il forno,vada a finire tra i rifiuti.La cenere può essere utilizzata in vari modi e diventa così una risorsa.

Ma il forno è anche l’esempio di gestione in comunità di un luogo che non ha un proprietario ma è di tutti e il cui utilizzo richiede senso civico e rispetto degli altri.Non a caso si registrano ben cinque realtà di forni collettivi sul territorio,nel capoluogo il forno è inserito in un torrione di guardia dismesso,nel camminamento delle antiche mura.Perfettamente restaurato viene oggi utilizzato da famiglie del luogo in occasioni particolari e per la cottura delle torte di Pasqua e da associazioni e amministrazione comunale in occasione di feste ed eventi.

Tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “La Torta di Pasqua in Umbria” consultabile qui.

mongiovino

IL SANTUARIO DI MONGIOVINO A PANICALE

Il santuario di Mongiovino (Panicale), imponente e austero, forse per la pietra arenaria con cui, raro esempio, è stato costruito, e il pregevole ma serissimo portale in pietra serena, è al contrario, al suo interno, un trionfo di luce e di colore. L’edificio, rinascimentale e di impronta bramantesca custodisce, vero antro delle meraviglie, affreschi di Niccolò Cirignani, detto il Pomarancio, Arrigo Fiammingo, Giovan Battista Lombardelli, Orazio di Domenico di Paride Alfani.

La Confraternita del Santissimo Sacramento e Buona Morte, si occupa con dedizione di quello che è nato nel XVI secolo come santuario delle ricche e potenti famiglie perugine, ma che nei secoli, e ancora oggi, è luogo di devozione per la gente di un vasto territorio, oltre che meta d’appassionati di arte e di storia. Il santuario è circondato da una serie di edifici di pertinenza, in uno dei quali è inserito il forno, seicentesco, di comunità, e custodisce anche pregevoli oggetti di oreficeria e paramenti sacri antichi. Il forno di comunità seicentesco, la cui presenza è una vera sorpresa, fino agli anni ’60 era luogo di cottura di pane e torte di Pasqua delle genti dei borghi del circondario.

Tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “La Torta di Pasqua in Umbria” consultabile qui.

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Il forno di Monte del Lago a Magione

L’antico forno di Monte del Lago posto al centro del paese, di fianco alla chiesa di Sant’Andrea condivide ancora con l’edificio religioso momenti di vita collettiva, soprattutto nel periodo della Pasqua quando, ancora, le famiglie del piccolo borgo affacciato sul Trasimeno, si accordano per i giorni di cottura delle torte pasquali al formaggio. Difficile mettere una data precisa, al momento,della sua edificazione che potrebbe risalire a un’epoca tra Ottocento e Novecento, vista la collocazione del forno stesso addossato ad una vecchia casa del paese di cui poteva essere parte. Oggetto di una ristrutturazione in tempi recenti a cura della Pro loco di Monte del Lago, il forno è oggi utilizzato nei momenti di festa comune come nel caso della Zzurla, manifestazione gastronomica organizzata in concomitanza con il Festival delle corrispondenze,che vede l’antico forno in piena attività.

Tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “La Torta di Pasqua in Umbria” consultabile qui.

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Il forno di Montecolognola a Magione

Il profumo del pane e delle torte crea ancora un’atmosfera di festa intorno al forno di Montecolognola, piccolo ma ben tenuto, con una splendida e ampia vista sul lago Trasimeno, per i legami con la tradizione e per un lavoro di recupero, culturale e materiale curato da un gruppo di donne del luogo e dalla loro vasta rete d’amiche, umbre e non solo.

Non lasciatevi ingannare dall’aspetto antico del borgo e dalla sua porta d’ingresso che parla di Medioevo e antiche storie: tra i tesori nascosti nella chiesa di Santa Maria Annunziata, troverete la cappella di Santa Lucia, interamente decorata con tempere nel 1949 dal grande pittore futurista Gerardo Dottori. Il martirio della Santa e la Santa in estasi, la composizione di luce sulla parete centrale e la campagna umbra, in particolare le colline e il Trasimeno, sulla cupola narrano, secondo il registro del grande maestro, una storia con poesia senza cedere a falsi sentimentalismi.

Tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “La Torta di pasqua in Umbria” consultabile qui.

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Il forno medievale di Antria a Magione

Il forno di comunità di Antrìa (Magione) è medievale, al centro del borgo e incastrato negli edifici della Confraternita di San Rocco e Sant’Antonio abate.

Una Confraternita istituita nel Quattrocento e tuttora attiva ,che ha sede in quella che fu l’abitazione del letterato Marco Antonio Bonciari, nato proprio ad Antrìa e vissuto tra Cinquecento e Seicento.

Bonciari lasciò la sua casa natale alla Confraternita per testamento, e nei locali si trovano antichi arredi e memorie, come la credenza che custodisce il “bossolo” per conservare i fagioli bianchi e neri per le “votazioni”. Davanti alla sede della Confraternita e al forno si trova il pozzo, che risale al 1496. Il forno è il cuore di feste paesane, su tutte in agosto quella dell’oca, e della cottura delle torte di Pasqua, rito collettivo in questo borgo, dove in molti casi è rispettata la tradizione di assegnare agli uomini la lavorazione di grandi quantità di impasto.

Dal centro del borgo si godono magnifiche vedute sulla campagna circostante, ancora ordinatamente coltivata, come nei secoli passati, quando olivi, viti, cereali si alternavano nelle colture e la gente di Antrìa conosceva e lavorava le piante tintorie.

 

Tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “La Torta di Pasqua in Umbria” consultabile qui.