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A Vallo di Nera tanti i forni in condivisione tra borghi, borghetti e case sparse

Un ponticello in pietra collega la piazzetta di Borgo Santa Maria al forno di Vallo,a margine del centro cittadino,in borgo Santa Maria. Il forno,racchiuso in una vera e propria casetta, occupa una stanza, l’edificio è stato edificato tra Quattrocento e Cinquecento, quando venne costruito il borgo, in un momento di espansione demografica. Salendo da qui per stradine e scalette si arriva nel nucleo centrale, un vero viaggio a ritroso nel tempo che porta direttamente nel Medioevo.

L’antico palazzo comunale, le chiese, gli archi in pietra, le due porte d’ingresso (Porta “Ranne”, cioè Grande, e Portella), le mura ben conservate, il cassero, l’impianto stesso della città. Ma il viaggio nel passato si può fare anche attraverso le tante feste della tradizione, qui non recupero a livello di folklore ma ancora autenticamente sentite. Se vi capita cercate di partecipare alla festa di Sant’Antonio abate, con la benedizione degli animali, in chiesa, ma anche del sale (qui tra gli animali molti sono ancora gli ovini) e l’elezione dei “santesi” che nell’anno a venire cureranno la festa, compreso il pranzo offerto a “soci” e amici.

Vi basterà leggere nei volti di chi sta per essere eletto l’emozione e l’aspettativa, per capire d’essere per un attimo in un mondo antico mai scomparso. Il senso della comunità è tra gli altri punti di forza del territorio, e i tanti forni collettivi ancora in piedi e funzionanti ne sono la prova. Nelle frazioni di Geppa; a Paterno, a Meggiano, a Piedilacosta, piccolo nucleo rurale a monte di Meggiano, edificato intorno a uno spiazzo centrale, con alcuni interessanti edifici arricchiti da loggette, colombai e immagini votive. Ma tanti sono anche i forni privati esterni alle case, che si trovano proprio a Vallo di Nera capoluogo, in genere condivisi da più famiglie, che ne fanno motivo di momenti di vita comune, di racconti, di rievocazione e condivisione di memorie, oltre che di pratiche quotidiane.

La narrazione, anche nella vita di tutti i giorni, tra antiche storie e nuovi racconti, è cosa da vita di tutti i giorni, che ha una solida base in un patrimonio millenario. Proprio per questo è stata fondata nel 2005 la Casa dei racconti, dove i membri della comunità possono depositare, e depositano,con scritti o prestandosi ad essere l’oggetto di filmati e documentari, leggende, racconti, satire e quanto comporta il ricco patrimonio della tradizione orale di questo luogo, dove poeti a braccio e cantori della Pasquarella sono ancora realtà.

Tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di perugia “La Torta di Pasqua in Umbria” consultabile qui.

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Piccoli, semplici nei meccanismi: a Preci i mulini per secoli hanno macinato i cereali minori

A Preci, centro più importante della valle del Campiano,sono due gli antichi mulini a pietra, in perfetto stato di conservazione e funzionanti: il primo, a Borgo Preci, di proprietà comunale, il secondo a Corone di Preci, privato.

Le acque del torrente Campiano spumeggiano, passano sotto la chiesa della Madonna della Peschiera, azionano i due mulini, con meccanismi essenziali ed antichi, nel borgo a valle del centro storico di Preci e a Corone, secolare luogo di incontri commerciali e transito. Orzo, avena, farro, frumento, i cereali che le macine hanno da sempre trasformato in farina.

Il territorio è del resto segnato da coltivazioni e allevamenti di trote, per tradizione secolare, e noto, tra scienza e storia, per i chirurghi che da qui andarono a operare cataratte e altro e curare fratture e ferite in tutta Europa. Intere dinastie che, tramandandosi l’arte di padre in figlio, all’inizio dotati di una preparazione empirica, si perfezionarono, inventarono nuovi strumenti chirurgici, scrissero e pubblicarono autorevoli trattati, per arrivare, nelle generazioni successive, a laurearsi nelle università.

 

Tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “La Torta di Pasqua in Umbria” consultabile qui.

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Il mulino dei Renzetti a San Giustino, sette secoli d’alta ingegneria

Sette secoli e non li dimostra: il mulino “dei Renzetti”, a San Giustino, è medievale, ma le sue macine di pietra funzionano ancora, con un meccanismo apparentemente semplice ma che in realtà è dovuto a un sorprendente sistema antico di alta ingegneria, immutato nei secoli, che fa di questo mulino uno dei pochi di questo genere rimasti in Italia. La strada che parte da Lama vi porterà a Pernacciano, dove si trova il mulino, un edificio antico e ben conservato, ed essa stessa può raccontare molte storie: poco più in là ci sono le Marche e questo era un luogo di passaggio, di incroci di genti e di merci.Stefano Piergentili è il mugnaio del terzo millennio:giovane, colto, ha deciso di rimanere qui e di prendere il testimone e la sapienza del nonno Nino e del babbo Ermanno, macina grani antichi locali e non, coltivati biologicamente nel territorio da agricoltori con cui è in contatto diretto.

Tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “La Torta di Pasqua in Umbria” consultabile qui.

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Scene da Medioevo all’antico forno da "pan veniale" di Fossato di Vico

Risale agli ultimi anni del XV secolo l’antico forno “da pan venale” di Fossato di Vico, dismesso in quanto tale nel Novecento (l’ultimo fornaio è stato Mariano Merollini, che vi lavorò fino al 1953) ma ancora utilizzato e uno dei fulcri della “Festa degli statuti”, rievocazione storica medievale che si tiene nel mese di maggio. Il “pan venale”, pane cioè a pagamento, era il fornaio a prepararlo e venderlo; tutto era regolato dal Comune, che era, ed è ancora, proprietario del forno, che dava in gestione. A questo forno, che dà il nome alla via in cui si affaccia, via del Forno appunto, fa da pendant, sulla parete opposta a quella di fondo, un altro forno. Negli anni che la memoria può ancora ricostruire le donne, la Settimana Santa, facevano i turni per cuocere le torte. Entrambi i forni, medievali, sono all’interno di una stanza, come è appropriato in un borgo della fascia appenninica, dove è necessario proteggere i pani lievitati, in particolare in inverno, dal freddo e dal vento.

Testo tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “La Torta di Pasqua in Umbria” consultabile qui.

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La torta di Pasqua nell’Umbria contadina

La mattina di Pasqua le torte venivano poste sulla tavola, bene in ordine, o in allegra confusione, assieme agli altri cibi che costituivano la ricca prima colazione pasquale,un lungo pasto che avveniva tra le undici e le tredici, rigorosamente dopo aver adempiuto ai riti religiosi. Tutto si consumava secondo una successione non ben precisa, non codificata. Alla torta si accompagnavano capocollo, salame, ciauscolo, a seconda delle zone, ma anche uova sode, frittate, coratella, vino e vinsanto. I salumi si consumavano in alcune zone con la torta al formaggio, in altre con quella dolce, in un’armonia o in un felice contrasto di sapori e d’aromi. Spesso la prima portata del pranzo pasquale consisteva in fette di torta al formaggio sulle quali veniva versato brodo di castrato.

Un’eccezione alla torta consumata la mattina di Pasqua assieme ad altri cibi della tradizione è la torta che, soprattutto in campagna, si preparava il sei gennaio, giorno dell’Epifania e, per il calendario liturgico della chiesa cattolica, prima Pasqua dell’anno. In questa occasione non vi era il dispiegamento di torte della ricorrenza successiva, ma in ogni famiglia si preparava una sola torta. Un’usanza, anche questa, forse passata alla festa cattolica da altri riti e da altri mondi.

Le torte venivano preparate in grandi quantità, “anche 100 uova”, quindi impastando almeno dieci chili di farina, ricordava Maria de Nunno nata Alessandrini, vecchia famiglia di proprietari terrieri del trevano. La preparazione era un vero rito, la raccolta delle uova iniziava molti giorni prima, venivano poste in cesti e tenute al fresco in cantina. La lavorazione delle torte coinvolgeva anche gli uomini in quanto veniva lavorata una quantità enorme di ingredienti. Le torte servivano per l’uso di famiglia,per farne dono a parenti, amici e autorità, spesso se ne conservava una scorta fino all’Ascensione ed oltre.

(Tratto dalla pubblicazione della Camera di Commercio di Perugia “La Torta di Pasqua in Umbria” consultabile qui.)